STREET-ART
Esposizione di opere pittoriche contaminate dal graffitismo e dalla Street Art.
Benevento, Palazzo Paolo V
Vernissage 12 gennaio 2008

I testi sul catalogo:

Vittorio Sgarbi
STREET ART
Non mi ero mai occupato, in tanti anni di attività, di graffiti e di Street Art perché pensavo si trattasse di un fenomeno di costume più che di arte. Arrivando a Milano come assessore, quindi in quanto politico e non critico d’arte, invitato da una giovane giornalista sono andato per la prima volta a vedere il Leoncavallo. Non nella sede storica, bensì in quella nuova, sempre in un centro sociale di occupazione. E in via Watteau (che è un famoso pittore francese) e via Lucini (che è un poeta futurista) ho visto, come a Città del Messico, murali meravigliosi. Grazie a queste pitture, realizzate nei primi anni Novanta, quei brutti grattacieli, quei lunghi muri abbandonati diventavano improvvisamente vivi. E quella malinconia da quadri di Sironi, che rappresenta la periferia come luogo di solitudine e di abbandono, era improvvisamente scomparsa. Non potevo negare che questi dipinti riuscissero a dare un volto nuovo a quel quartiere altrimenti orribile; orribile a causa della speculazione edilizia, magari autorizzata, ma molto più deturpante di quanto non fossero deturpanti i dipinti stessi.
A colpirmi è stata poi la grande dimensione. Se si pensa all’arte del Novecento – quella per intenderci di De Chirico, di Morandi - si pensa a quadri piccoli, realizzati in studio quasi in segreto, con la paura del mondo, come poesie scritte di nascosto, come preghiere. L’arte del Novecento è soprattutto arte di cavalletto, che quando vuole diventare democratica commissiona a importanti pittori, come Rivera e Siqueiros in Messico, grandi murali pubblici. In Italia dopo il fascismo non c’è più stata una pittura di grandi dimensioni se non questa, che nasce fuori dalle istituzioni.
La caratteristica fondamentale della Street Art è lo spazio urbano occupato dalla pittura. Che a volte agisce con azioni sbagliate - le scritte senza nessun significato, quindi puri sfregi, su edifici storici - ma che altre volte interviene su muri di zone moderne o degradate con racconti, storie, immagini o scritture di notevole fantasia; un contributo spesso destinato non a peggiorare, ma a migliore il volto della città. Bisogna sapere distinguere tra un intervento di qualità e uno senza.
I graffiti sono un’espressione immediata e diretta in rapporto con la vita. I primi segni che l’uomo ha lasciato nell’arte sono proprio i graffiti delle grotte di Lascaux in Francia, fatti da uomini probabilmente giovani che hanno dipinto sulle pareti di una caverna la vita di quel momento, cioè la caccia al bisonte, la caccia agli animali. A distanza di diecimila anni altri giovani hanno raccontato qualche cosa di sé sul muro di una parte di città spesso non bella, che improvvisamente, però, hanno trasformato in una festa.
La Street Art non ha riferimenti a un luogo, è arte metropolitana figlia della società industriale che è uguale dappertutto. Le periferie sono le stesse ovunque, a Benevento come a Catania o ad Avellino. Il territorio della Street Art non ha una identità territoriale perché legata a muri insignificanti e il suo intervento dà senso a un luogo quanto più quel luogo non ha un senso proprio. Ma è qui che nasce l’equivoco e si innesta la polemica: il graffito è o non è reato? Se un giovane deturpa un monumento il reato c’è. Se, però, dipinge su un muro, bisogna sforzarsi di capire se quel gesto può dare maggiore significato a quel muro. Il graffito insomma non deve occupare spazi i cui valori estetici siano già definiti e consacrati, ma può dare significato a spazi privi di questi valori. Ovvero le periferie urbane.
Se Fontana, pittore famoso per i tagli, invece di tele bianche avesse deciso di solcare con un coltello un Caravaggio, cioè un’opera compiuta, avrebbe commesso un arbitrio, uno sfregio. Quando Duchamp ha messo i baffi alla Gioconda lo ha fatto su una riproduzione e non sull’originale. Ecco la differenza tra arte e reato. Allo stesso modo, un graffito su un edificio storico è vandalismo, su un muro di periferia no.
Il problema, però, è ancora irrisolto e genera paradossi che sono la prova di una contraddizione profonda. Un esempio? Milano, che se da un lato ha autorizzato la mostra sulla Street Art al PAC (il Padiglione di Arte Contemporanea), dall’altro ha promosso la campagna “I lav Milan” (dove I lav sta per Io lavo) a favore della pulizia dei muri.
In soli due mesi la mostra sulla Street Art è stata visitata da 60 mila persone, 60 mila giovani che improvvisamente hanno sentito quanto l’arte fosse un fatto che li riguardasse. Gli uomini non possono vivere senza l’arte e i giovani non possono vivere senza esprimersi. La creatività ha bisogno di uno sfogo e quindi di spazi che questo sfogo possano accogliere.
La Street Art è un fenomeno che ha un carattere di necessità: esprimersi. Chi ha lasciato una pittura sul muro si è preso quello spazio conquistandolo sulla scia di una spinta interiore, affermandosi con un atto di natura altamente democratica. Perché sulla strada non ci sono maestri e ognuno è libero di dire ciò che detta l’istinto.
Muralia, come è stata battezzata l’operazione di Benevento, nell’avere trovato un luogo deputato all’espressione si propone come una sorta di concordato tra istituzioni e giovani. E il muro di via Vittime di Nassirya, trasformato da artisti come KayOne e Cano, Filippo Minelli e Wany, Led e Pho, Leo e Verbo, Francesco Pogliaghi e Rae Martini, è il luogo che mette d’accordo autorità, creatività e mercato.
E questa è una sfida ancora diversa. Il mercato stacca questi giovani dal muro - una no one’s land, una terra di nessuno - per riportarli entro un circuito di mercato secondo il principio per cui anche la protesta deve essere canalizzata in un ambito che dia senso e compimento a ciò che è stato fatto. Trasferendo questa protesta dal muro alla tela, il mercato le attribuisce valori estetici condivisi. È questo meccanismo ad avere reso celebri e ricchi Keith Haring e Basquiat, i quali hanno capito che avrebbero potuto fare su tela le stesse cose che facevano nei tunnel e sui vagoni della metropolitana di New York.
A colpirmi è stata poi la grande dimensione. Se si pensa all’arte del Novecento – quella per intenderci di De Chirico, di Morandi - si pensa a quadri piccoli, realizzati in studio quasi in segreto, con la paura del mondo, come poesie scritte di nascosto, come preghiere. L’arte del Novecento è soprattutto arte di cavalletto, che quando vuole diventare democratica commissiona a importanti pittori, come Rivera e Siqueiros in Messico, grandi murali pubblici. In Italia dopo il fascismo non c’è più stata una pittura di grandi dimensioni se non questa, che nasce fuori dalle istituzioni.
La caratteristica fondamentale della Street Art è lo spazio urbano occupato dalla pittura. Che a volte agisce con azioni sbagliate - le scritte senza nessun significato, quindi puri sfregi, su edifici storici - ma che altre volte interviene su muri di zone moderne o degradate con racconti, storie, immagini o scritture di notevole fantasia; un contributo spesso destinato non a peggiorare, ma a migliore il volto della città. Bisogna sapere distinguere tra un intervento di qualità e uno senza.
I graffiti sono un’espressione immediata e diretta in rapporto con la vita. I primi segni che l’uomo ha lasciato nell’arte sono proprio i graffiti delle grotte di Lascaux in Francia, fatti da uomini probabilmente giovani che hanno dipinto sulle pareti di una caverna la vita di quel momento, cioè la caccia al bisonte, la caccia agli animali. A distanza di diecimila anni altri giovani hanno raccontato qualche cosa di sé sul muro di una parte di città spesso non bella, che improvvisamente, però, hanno trasformato in una festa.
La Street Art non ha riferimenti a un luogo, è arte metropolitana figlia della società industriale che è uguale dappertutto. Le periferie sono le stesse ovunque, a Benevento come a Catania o ad Avellino. Il territorio della Street Art non ha una identità territoriale perché legata a muri insignificanti e il suo intervento dà senso a un luogo quanto più quel luogo non ha un senso proprio. Ma è qui che nasce l’equivoco e si innesta la polemica: il graffito è o non è reato? Se un giovane deturpa un monumento il reato c’è. Se, però, dipinge su un muro, bisogna sforzarsi di capire se quel gesto può dare maggiore significato a quel muro. Il graffito insomma non deve occupare spazi i cui valori estetici siano già definiti e consacrati, ma può dare significato a spazi privi di questi valori. Ovvero le periferie urbane.
Se Fontana, pittore famoso per i tagli, invece di tele bianche avesse deciso di solcare con un coltello un Caravaggio, cioè un’opera compiuta, avrebbe commesso un arbitrio, uno sfregio. Quando Duchamp ha messo i baffi alla Gioconda lo ha fatto su una riproduzione e non sull’originale. Ecco la differenza tra arte e reato. Allo stesso modo, un graffito su un edificio storico è vandalismo, su un muro di periferia no.
Il problema, però, è ancora irrisolto e genera paradossi che sono la prova di una contraddizione profonda. Un esempio? Milano, che se da un lato ha autorizzato la mostra sulla Street Art al PAC (il Padiglione di Arte Contemporanea), dall’altro ha promosso la campagna “I lav Milan” (dove I lav sta per Io lavo) a favore della pulizia dei muri.
In soli due mesi la mostra sulla Street Art è stata visitata da 60 mila persone, 60 mila giovani che improvvisamente hanno sentito quanto l’arte fosse un fatto che li riguardasse. Gli uomini non possono vivere senza l’arte e i giovani non possono vivere senza esprimersi. La creatività ha bisogno di uno sfogo e quindi di spazi che questo sfogo possano accogliere.
La Street Art è un fenomeno che ha un carattere di necessità: esprimersi. Chi ha lasciato una pittura sul muro si è preso quello spazio conquistandolo sulla scia di una spinta interiore, affermandosi con un atto di natura altamente democratica. Perché sulla strada non ci sono maestri e ognuno è libero di dire ciò che detta l’istinto.
Muralia, come è stata battezzata l’operazione di Benevento, nell’avere trovato un luogo deputato all’espressione si propone come una sorta di concordato tra istituzioni e giovani. E il muro di via Vittime di Nassirya, trasformato da artisti come KayOne e Cano, Filippo Minelli e Wany, Led e Pho, Leo e Verbo, Francesco Pogliaghi e Rae Martini, è il luogo che mette d’accordo autorità, creatività e mercato.
E questa è una sfida ancora diversa. Il mercato stacca questi giovani dal muro - una no one’s land, una terra di nessuno - per riportarli entro un circuito di mercato secondo il principio per cui anche la protesta deve essere canalizzata in un ambito che dia senso e compimento a ciò che è stato fatto. Trasferendo questa protesta dal muro alla tela, il mercato le attribuisce valori estetici condivisi. È questo meccanismo ad avere reso celebri e ricchi Keith Haring e Basquiat, i quali hanno capito che avrebbero potuto fare su tela le stesse cose che facevano nei tunnel e sui vagoni della metropolitana di New York.
Fausto Pepe
Sindaco di Benevento
L’attenzione verso le forme d’arte maggiormente praticate ed apprezzate dalle giovani generazioni ha indotto l’amministrazione comunale di Benevento ad immaginare iniziative che potessero valorizzare e mettere in vetrina questo tipo di espressioni.
Così è nata la prima edizione di “Muralia”.
Un appuntamento che vuole finalmente dare il giusto spazio ai cosiddetti writers, artisti di strada che quando uniscono la tecnica ad una valida idea comunicativa sono capaci di impreziosire e valorizzare gli scorci dei tessuti urbani.
Non è un caso che tante città abbiano deciso di affidare a questo tipo di arte la riqualificazione di importanti angoli delle periferie cittadine.
Benevento, dal canto suo, ha immaginato di investire su questo segmento artistico, intercettando un’idea che già la Regione Campania aveva deciso di promuovere, per creare un nuovo appuntamento all’interno del quale potessero sentirsi protagonisti i migliori interpreti, non solo locali, di questa pratica.
Abbiamo già individuato aree della città dove, terminato il festival, le opere prodotte possano trovare una adeguata visibilità, riuscendo così ad abbellire le strade in una forma giovane e colorata.
Anche attraverso questo progetto Benevento vuole affermarsi come città dove l’arte, in tutte le sue declinazioni, è capace di trovare accoglienza e supporto. Benevento è città d’arte a 360 gradi, il fatto che questo messaggio sia veicolato e praticato dai e tra i giovani getta le basi perché in futuro proprio da questo territorio possano muovere i primi passi nuove professionalità artistiche.
Intanto un obiettivo sarà sicuramente raggiunto, far convivere serenamente queste forme d’arte con la città, promuovendo i writers e le loro opere quali risorse del territorio, capaci di attirare nuove attenzioni e calamitare l’interesse di chi coltiva queste discipline.
Il successo di questa prima edizione induce tutti coloro che gravitano attorno al festival a produrre un ulteriore sforzo per ripetere l’appuntamento nei prossimi anni. Benevento è pronta a ridisegnare costantemente il suo volto, anche grazie al contributo e alla fantasia dei writers.
Così è nata la prima edizione di “Muralia”.
Un appuntamento che vuole finalmente dare il giusto spazio ai cosiddetti writers, artisti di strada che quando uniscono la tecnica ad una valida idea comunicativa sono capaci di impreziosire e valorizzare gli scorci dei tessuti urbani.
Non è un caso che tante città abbiano deciso di affidare a questo tipo di arte la riqualificazione di importanti angoli delle periferie cittadine.
Benevento, dal canto suo, ha immaginato di investire su questo segmento artistico, intercettando un’idea che già la Regione Campania aveva deciso di promuovere, per creare un nuovo appuntamento all’interno del quale potessero sentirsi protagonisti i migliori interpreti, non solo locali, di questa pratica.
Abbiamo già individuato aree della città dove, terminato il festival, le opere prodotte possano trovare una adeguata visibilità, riuscendo così ad abbellire le strade in una forma giovane e colorata.
Anche attraverso questo progetto Benevento vuole affermarsi come città dove l’arte, in tutte le sue declinazioni, è capace di trovare accoglienza e supporto. Benevento è città d’arte a 360 gradi, il fatto che questo messaggio sia veicolato e praticato dai e tra i giovani getta le basi perché in futuro proprio da questo territorio possano muovere i primi passi nuove professionalità artistiche.
Intanto un obiettivo sarà sicuramente raggiunto, far convivere serenamente queste forme d’arte con la città, promuovendo i writers e le loro opere quali risorse del territorio, capaci di attirare nuove attenzioni e calamitare l’interesse di chi coltiva queste discipline.
Il successo di questa prima edizione induce tutti coloro che gravitano attorno al festival a produrre un ulteriore sforzo per ripetere l’appuntamento nei prossimi anni. Benevento è pronta a ridisegnare costantemente il suo volto, anche grazie al contributo e alla fantasia dei writers.
Raffaele Del Vecchio
Assessore alla Cultura
Le arti figurative non sono solo tradizione, ma anche innovazione che si traduce nella ricerca di forme artistiche alternative.
“Muralia”nasce dalla volontà di dare spazio a giovani artisti che hanno scelto un modo differente di esprimere il proprio talento.
Una dote spesso costretta a rimanere nell’anonimato, oscurata da chi non riesce a staccarsi dalle consuete forme di comunicazione.
“Muralia” rappresenta per Benevento un investimento destinato a proiettare la città, prima in Italia ad ospitare un festival dedicato alla Street Art, in un contesto internazionale.
L’operazione compiuta a Milano da Vittorio Sgarbi, che ha trasferito le opere dei “graffitari” dalla strada al museo, percorre a Benevento un cammino inverso e torna alla sua originaria collocazione.
Ad ospitare le opere realizzate nel corso di “Muralia” sono, infatti, i muri che sorgono lungo via vittime di Nassiriya.
Il progetto prende le mosse da un fenomeno, quello dei Writers, nato negli Stati Uniti come forma di protesta ed oggi in forte espansione tra i ragazzi europei, che lo interpretano come un vero e proprio stile di vita.
Andy Warhol, Jean-michel Basquiat, Keith Haring sono artisti diventati famosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta grazie alla loro capacità di proporre forme artistiche alternative rispetto alla tradizione. Pensando al loro percorso verso la fama, non posso fare a meno di augurarmi che la vetrina di Benevento possa contribuire a confermare, in ambito internazionale, i dieci artisti protagonisti di “Muralia”.
“Muralia”nasce dalla volontà di dare spazio a giovani artisti che hanno scelto un modo differente di esprimere il proprio talento.
Una dote spesso costretta a rimanere nell’anonimato, oscurata da chi non riesce a staccarsi dalle consuete forme di comunicazione.
“Muralia” rappresenta per Benevento un investimento destinato a proiettare la città, prima in Italia ad ospitare un festival dedicato alla Street Art, in un contesto internazionale.
L’operazione compiuta a Milano da Vittorio Sgarbi, che ha trasferito le opere dei “graffitari” dalla strada al museo, percorre a Benevento un cammino inverso e torna alla sua originaria collocazione.
Ad ospitare le opere realizzate nel corso di “Muralia” sono, infatti, i muri che sorgono lungo via vittime di Nassiriya.
Il progetto prende le mosse da un fenomeno, quello dei Writers, nato negli Stati Uniti come forma di protesta ed oggi in forte espansione tra i ragazzi europei, che lo interpretano come un vero e proprio stile di vita.
Andy Warhol, Jean-michel Basquiat, Keith Haring sono artisti diventati famosi a cavallo tra gli anni Sessanta e Ottanta grazie alla loro capacità di proporre forme artistiche alternative rispetto alla tradizione. Pensando al loro percorso verso la fama, non posso fare a meno di augurarmi che la vetrina di Benevento possa contribuire a confermare, in ambito internazionale, i dieci artisti protagonisti di “Muralia”.

